Sette vizi per sette scrittori – Andrea Di Gregorio e la lussuria

Photo By Roberto Di Veglia

Lussuria: un desiderio ossessivo, egoistico e incontrollato di soddisfare i piaceri del sesso. Così viene vista dal cattolicesimo; un comportamento che apre le porte dell’inferno. Quanti affreschi (Giotto, Signorelli, Michelangelo) che ammoniscono i cristiani-peccatori con la visione di demoni torturatori.
Nella religione pagana, al contrario, il sesso e i suoi estremi potevano essere considerati un mezzo di contatto con il divino. Anche per D’Annunzio: “Cinque le dita e cinque le peccata“, la lussuria non rientrava tra i sette peccati capitali.
Io, figlio degli anni ’80, non posso che associarla a “Nove settimane e mezzo”. Il film che ha sdoganato l’erotismo e le sue pratiche “giocose”. Quando andò in onda sulle tv italiane un procuratore della Repubblica aprì un’indagine: alla magistratura erano arrivate 50 denunce che lo giudicavano osceno e contrario alla morale pubblica. Eppure a riguardarlo con gli occhi di oggi sembra quasi robetta da romanzo rosa.
La lussuria è un peccato che non passa mai di moda, anche e soprattutto in letteratura. Ne abbiamo di esempi: dal Decameron di Boccaccio fino ad arrivare alle Cinquanta sfumature di grigio della E.L. James (Dio mi perdoni per questo accostamento).
E di lussuria parliamo con Andrea Di Gregorio traduttore dei gialli dello scrittore greco Petros Markaris, ma anche brillante autore, tra l’altro di un libro che parla di sesso ai bambini: Poppis e Pors.

Αndrea Di Gregorio è scrittore, editor, traduttore e insegnante di scrittura narrativa. Tra i suoi libri, Poppis & Pors, Salani; Tutto di lei, Salani; Il vademecum del traduttore, Società Editrice Dante Alighieri; L’avventura della storia, manuale di storia per la scuola media, Edizioni Il Capitello; Le feste mi colgono sempre impreparato, Alessandro Dominioni Editore; Omero, Centauria.
È il traduttore “ufficiale” di Petros Markaris, prima per Bompiani, ora per la Nave di Teseo. Per Garzanti ha pubblicato una nuova raccolta delle poesie di Costantino Kavafis di cui ha curato traduzione, introduzione e note.

Sette domande, e sette risposte su uno dei sette vizi capitali (senza contare i colli, i re di Roma e i nani di Biancaneve, come ha tenuto a sottolineare Andrea).

  • Che rapporto hai con la lussuria?

Molto buono. La lussuria mi piace e non ho mai pensato che fosse un peccato. Dopo un po’ stanca, annoia, però. Quindi, va alternata con un po’ di astinenza.

  • Il piacere sessuale, la carnalità, le esperienze in tal senso sono un motore: possono servire da ispirazione per raccontare una storia?

È evidente che il sesso – come tutto ciò che è umano – può essere al centro di un racconto. Ho la sensazione però che, come l’amore del resto, il sesso da solo non basti. Nelle sue mille varianti (sempre in aumento considerando che il numero di sessi in gioco è cresciuto, passando da due a enne) è tuttavia un’operazione un tantino prevedibile. Quindi va associato a qualcosa di più significativo. Ricordo un “eptalogo” (guardacaso!) di Ken Follett sul romanzo in cui l’amore non veniva neppure considerato (“In una storia servono emozioni. Le più interessanti sono: ansia, rabbia, percezione di un’ingiustizia, pietà”). Quanto al sesso, l’autore da 140 milioni di copie (qualcosa ne saprà, no?) scriveva che se si vuol raccontare il sesso è meglio scegliere quello tra gente inesperta, timida, nervosa. Lo trovo divertente e sensato.

  • Ti è capitato di scrivere scene a forte contenuto erotico, è una cosa che ti turba?

Ma è ovvio. Non mi turba, anche se la questione terminologica può porre dei problemi: in italiano, in effetti abbiamo poche scelte per chiamare le cose, tra l’anatomopatologico, che certo non attizza e la verga fiammeggiante che fa ridere. Però quello che mi piace ricordare è che, per Salani, ho pubblicato un romanzo, Poppis & Pors, che era incentrato su una storia di amore e sesso adatta ai bambini con l’invenzione di tutta una serie di parti anatomiche molto interessanti: il belzuino, i piripacchi, la gisella, il vercingetorige, la frunella e le poppette.

  • Quale libro, se ce n’è uno, ha affrontato questo argomento (lussuria) dandone una lettura che ti ha convinto o deluso?

Il romanzo di Carlo D’Amicis, “Il gioco”, mi è piaciuto. Ha una dimensione intellettuale elevata e complessa e c’è molta erudizione trattata con una salutare impertinenza e nessun timore reverenziale. Insomma, è singolare vedere mescolati amplessi variegati e multiformi abbracci con citazioni di Wolfgang Goethe; riflessioni antropologiche con traduzioni dell’Iliade (ovviamente, le parti in cui si parla di Menelao, cornuto tra i cornuti); pratiche feticistiche con il Mahabarata e liquidi corporali di varia natura con le cariche militari giapponesi. Non l’ho letto cercandoci chissà quale senso alto, ma come un divertissement e al tempo uno sfogo, anzi, meglio uno sfogatoio da cui, poi ognuno (ognuna) può trarre quel che gli/le pare. Mi è piaciuto il divertimento dell’autore nel fantasticare luoghi e impieghi diversi di diversi utensili e nell’inventare metafore improbabili, superbe e forse anche un po’ offensive come questa: “Non ha idea che fatica sia stata, in questi quarant’anni, gestire il traffico intorno al centro storico della mia signora”, dice il cornuto all’intervistatore, aggiungendo poi: “Non sono mai stato tentato dall’umorismo, ma ammetto sia appropriato chiamare così la sua vagina.” Chiama “centro storico” la vagina della moglie. Non credo proprio che lei ne sia stata contenta.
Mi ha molto deluso, invece, “Cinquanta sfumature” dei vari colori dell’educanda E.L. James. Non c’è una situazione, una posizione, un’emozione, un accessorio che non sia déjà vu, déjà entendu. Tanto vale rileggersi “Justine” o “La filosofia nel boudoir” di de Sade. Evitando accuratamente le disquisizioni filosofiche, si potranno ammirare complesse architetture di corpi avvinghiati e aggiornare il proprio elenco delle punizioni infliggibili a tenere/i fanciulle/i.

  • Quali sono gli scrittori, se ci sono, con cui avresti voluto avere una storia carnale di passione?

Mah… forse Jane Austen. Era una donna brillante, ironica, a cui piaceva sicuramente sia l’amore sia il sesso. È stata un po’ sventurella e questo, probabilmente, l’ha resa ancora più dolcemente coccolabile. Sì, decisamente, mi sarebbe piaciuto averci una storia, di branda e conversazione

  • Pensi che la lussuria possa essere considerato ancora un vizio, un peccato capitale, uno di quelli che Aristotele definì gli “abiti del male”?

Ma neanche per idea! Tra i sette peccati classici, ne manterrei giusto quattro (forse): superbia, avarizia, invidia e ira.

  • Quali sono secondo te oggi i peccati capitali, i mali che affliggono la nostra società, se ci sono?

Oltre ai quattro succitati aggiungerei la logorrea, il cerchiobottismo, l’anaffettività. A me dà anche un po’ fastidio l’ipocondria, ma è un problema mio: non ne farei un vizio capitale.

 

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