Sette vizi per sette scrittori – Alessio Cuffaro e la gola

Photo by Roberto Di Veglia
Se c’è un vizio che mi rappresenta è proprio la gola.

Talvolta esagero col cibo e anche con le parole. Ed è proprio dalla bocca che partono i miei vizi: mangiare e parlare troppo. Sono momenti, ci vuole la giusta misura così come nella scrittura. Il segreto sta nel dosare il tutto. E se esageriamo nel mangiare, nel parlare e nello scrivere?

A ognuno il suo rimedio: prendiamo un digestivo, ci tappiamo la bocca e tagliamo le parole al testo.

Golosi si nasce o si diventa? Io modestamente lo nacqui, come direbbe Totò.

Se penso ai personaggi nelle mie storie, devo dire che in qualche modo alcuni golosi ci sono, anche perché spesso li dipingo belli in carne, e si sa, il goloso non è mai magrissimo, e poi fa “simpatia”.

Comunque il connubio gola – scrittura mi piace.

Non riesco a vedere la gola come un brutto vizio tranne se porta a una patologia, ma qualche piccolo peccato mangereccio vogliamo concedercelo? Se poi sgranocchiamo con accanto un bel libro da leggere, perché no? E se mangiassimo in compagnia?.

Oggi avrei invitato una persona a pranzo: Alessio Cuffaro, che saluto e ringrazio con affetto. Proprio con lui parliamo di “gola”.

Buon appetito, buona lettura e speriamo di non esagerare con il cibo.

Alessio Cuffaro è nato a Palermo nel 1975. Insegna struttura del romanzo alla Scuola Holden. Vive e lavora a Torino. Ha lavorato per diverse case editrici tra cui Einaudi e Rizzoli. È autore del romanzo “La distrazione di Dio” (Autori Riuniti 2016 – vincitore del secondo Premio Augusta 2017, esordio dell’anno 2017 Leggo letteratura contemporanea, esordio dell’anno 2017 #Puntolettura, finalista al Premio Opera Prima del master in editoria della Fondazione Mondadori 2017).

  • Che rapporto hai con la gola?

Pessimo. Nel senso che vince sempre lei. Ogni mio tentativo di governarla mi vede sconfitto. La seduzione di una gioia immediata, pienamente autonoma, reiterabile tre volte al giorno, è irresistibile.

  • Durante la scrittura, nella preparazione di un libro sei così preso da scordati di mangiare, oppure vieni colpito da una fame nervosa e stuzzichi in continuazione?

Mi do una regola ben precisa quando scrivo: nessun freno. Mangio senza controllo e bevo senza controllo. Ragiono anche per un anno su cosa devo scrivere, sui personaggi ecc. e poi mi ritaglio alcune settimane di completo isolamento. Faccio provviste di cibo e vino e birra. Per me è fondamentale che il corpo non abbia mai a distrarmi con la fame o con la sete, mentre scrivo. Torno al mondo reale con diversi chili in più e il fegato malandato, ma il premio è una nuova opera pronta.

  • Qual è il cibo, se c’è, per cui faresti pazzie?

La mozzarella di bufala. Le lasagne. Le tagliatelle comunque condite. La crema di pistacchio.

  • Quali sono gli scrittori, se ci sono, con cui andresti a fare una bella mangiata?

Mi sarebbe tanto piaciuto cenare con Kurt Vonnegut. Tra i contemporanei sicuramente J.R. Moehringer.

  • Quale libro, se ce n’è uno, ha affrontato questo argomento (gola) dandone una lettura che ti ha convinto o deluso?

In realtà non ho un libro guida sulla gola. Mi colpisce il modo di mangiare di Montalbano perché sono i piatti della mia terra, sento netti gli odori, non ho dubbi sull’abbondanza delle porzioni. Mi rassicura molto sapere che il personaggio (e poi anche io ogni volta che torno in Sicilia) si alzerà da tavola pienamente sazio. Per il resto sto pensando che gli autori che mi piacciono non descrivono il cibo, o se lo fanno, questo è solo un elemento decorativo, poco più che una carta da parati nell’economia del loro racconto.

  • Pensi che possa essere considerato ancora un vizio, un peccato capitale, quelli che Aristotele definì gli “abiti del male”?

Assolutamente no. E se anche fosse, credo fermamente che la parte più interessante e autentica degli esseri umani la si veda nitida e tangibile solo nell’abbandono ai vizi. 

  • Quali sono secondo te oggi i peccati capitali, i mali che affliggono la nostra società, se ci sono?

Sicuramente la disumanità con cui tutto l’occidente sta affrontando la questione migratoria. Ma c’è anche un altro peccato, a mio avviso capitale, che si fa sempre più strada ogni giorno. È questo bigottismo di ritorno, la dittatura silenziosa del politically correct. L’abbandonarsi senza resistenze a un salutismo gelido e anedonico. Si perde la gioia. Ci si trova ogni giorno più vecchi, ogni giorno più trattenuti, allenati al controllo di sé, a cercare spauriti modi con cui lasciarsi andare, impossibilitati a trovarne ancora. Viva la gola, dunque. Via la lussuria, viva l’ira, viva la superbia, viva l’essere umano!

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