Primo Maggio Sant’Ambrogio e John Steinbeck

particolare del sarcofago di Stilicone- Basilica di Sant’Ambrogio – Milano

La vigna di Naboth

Siamo intorno al 374 d.C. quando Sant’Ambrogio, all’epoca Vescovo di Milano, scrive La vigna di Naboth, un testo con cui commenta l’episodio biblico di Nabot, un israelita della valle di Izreel ucciso dal re Acab per impossessarsi della sua vigna.

1,1. Nabuthae historia tempore vetus est, usu cottidiana.

Quis enim divitum non cottidie concupiscit aliena? Quis opulentissimorum non exturbare contendit agellulo suo pauperem atque inopem aviti rurisb eliminare finibus? Quis contentus est suo? Cuius non inflammet divitis animum vicina possessio? Non igitur unus Achab natus est, sed quod peius est cottidie Achab nascitur et numquam moritur huic saeculo. Si unus occĭdit, adsurgunt plurimi, plures qui rapiant quam qui amittant. Non unus Nabuthae pauper occisus est; cottidie Nabuthae sternitur, cottidie pauper occīditur. Hoc metu percĭtum humanum genus cedit iam suis terris, migrat cum parvulis pauper onustus pignŏre suo, uxor sequitur inlacrimans …

E si può tradurre più o meno così:

La storia di Nabot è allo stesso tempo antica quanto attuale.

Chi infatti, essendo ricco, non desidera ogni giorno i beni altrui? Chi, essendo molto facoltoso, non cerca di cacciare il povero dal suo campicello e di allontanare il misero dal podere ricevuto in eredita dagli avi? Chi si accontenta di cio che ha? A quale ricco non accenderebbe il desiderio un podere confinante?

Dunque non è nato un solo Acab, ma, cio che è peggio, ogni giorno nasce un Acab e mai muore per questo mondo. Se ne viene meno uno, ne sorgono molti; sono più numerosi quelli che rapinano di quelli che subiscono un danno. Non è stato ucciso un solo Nabot; ogni giorno un Nabot viene oppresso, ogni giorno un povero è ucciso. Cosi in preda al terrore l’umanità abbandona le sue terre, il povero emigra con i suoi figlioletti, portando il piu piccolo in braccio; la moglie segue in lacrime...,

La vicenda narrata nel primo libro dei Re, “antica per età” ma quotidiana nel costume, rappresenta l’avidità della ricchezza e la sorte che spetta ai poveri; essa è inoltre paradigmatica delle dinamiche della sopraffazione che il vescovo di Milano vedeva moltiplicarsi nella città del suo tempo, segnata dall’impoverimento generale e dalla prepotenza dei pochi proprietari di latifondi

La storia di Acab e Nabot  è la storia del lavoro schiavo, della povera gente che lavora (magari in nero) al minimo salariale per arricchire i potenti; è la storia dei politici corrotti che vogliono più . È la storia dell’autorità senza rispetto per la vita, senza giustizia, senza misericordia.

FURORE

In fondo è la stessa storia raccontata da John Steinbeck con il suo Furore (The Grapes of Wrath) (letteralmente I grappoli dell’odio)

Steinbeck decide di scrivere un romanzo di denuncia dopo una serie di articoli pubblicati nell’ottobre 1936 sul “San Francisco News”, per documentare le condizioni di vita di una popolazione (dei nuovi poveri, bianchi e protestanti) che aveva abbandonato il Midwest per raggiungere la California, attratta dalle offerte di lavoro

Il romanzo narra appunto l’epopea della ‘biblica’ trasmigrazione della famiglia Joad, costretta a partire dall’Oklahoma a bordo di un autocarro per tentare di insediarsi in California, dove spera di ricostruirsi un avvenire. Nella stessa situazione si trovano centinaia di altre famiglie, sfrattate dalle case dove avevano vissuto per generazioni perché le banche a cui avevano chiesto i prestiti non gli rinnovano i crediti e confiscano i terreni

Joad disse: “Ma a che gli serve di cacciare la gente?”.

Be’, quelli l’hanno spiegata a modo loro. Lo sai le annate che abbiamo avuto, no? Colla polvere che ha rovinato i raccolti, e il mais che non basta manco a riempire un culo di formica. E tutti a fare debiti colla bottega. Lo sai, no? Be’, i proprietari dei terreni arrivano e dicono: ‘I mezzadri non li possiamo più tenere’. E poi: ‘La parte che va al mezzadro è proprio il margine di profitto che non possiamo perdere’. E poi: ‘Se mettiamo insieme tutte le nostre proprietà riusciamo sì e no a cavarne qualcosa’. Allora hanno mandato i trattori e hanno cacciato i mezzadri. Ma con me non ce l’hanno fatta. E io da qui non me ne vado, perdio. Tommy, tu mi conosci. Mi conosci da tutta la vita.

Eppure la terra promessa (la California) non mantiene le aspettative di questa gente. La prosa di Steinbeck,è frutto dell’impeto e dello sdegno contro le conseguenze della Grande Depressione degli anni ’30 (“Voglio marchiare con infamia questi bastardi ingordi che ne sono la causa”),

Gli affamati arrivano con le reticelle per ripescare le patate buttate nel fiume, ma le guardie li ricacciano indietro; arrivano con i catorci sferraglianti per raccattare le arance al macero, ma le trovano zuppe di kerosene. Allora restano immobili a guardare le patate trascinate dalla corrente, ad ascoltare gli strilli di maiali sgozzati nei fossi e ricoperti di calce viva, a guardare le montagne di arance che si sciolgono in una poltiglia putrida; e nei loro occhi cresce il furore.

Quando uscì in America, nell’aprile del 1939, The Grapes of Wrath fece scandalo. Fu un trionfo di pubblico e l’anno seguente Steinbeck ricevette il premio Pulitzer per la narrativa. John Ford ne trasse subito un film con Jane Darwell nella parte della Madre e il giovane Henry Fonda come Tom Joad.

Come ci ricorda Luigi Sampietro nella prefazione del libro edito da Bompiani i temi toccati da Steinbeck sono eterni.

...ciò di cui scrive Steinbeck sono temi eterni – il dolore, la morte, la colpa, il riscatto e la ricerca del paradiso perduto – e, in particolare, il tema della giustizia: di come la giustizia sia cosa diversa dalla legge. Tutto ciò ha fatto di lui uno scrittore sentimentale, che fa appello al comune e spontaneo sentire del pubblico, e, soprattutto, un testimone profetico, capace di indicare, oltre il baratro di una storia tragica come quella di The Grapes of Wrath, la possibilità di un nuovo inizio. L’eterno presente di quel miracolo della creazione sempre in atto, che è nella natura delle cose organiche. Alla luce della lanterna di Diogene, le affermazioni filosofiche di Steinbeck, bollate a ogni piè sospinto dalla critica come dilettantesche e improponibili, altro non sono che “common sense”. Così come è common sense, ovvero cosa che è comune a tutta la famiglia degli umani, l’aspirazione alla felicità, che in termini politici può corrispondere alla realizzazione di un programma e in termini morali – quelli più consoni allo spirito di Steinbeck – altro non è che il rispetto della dignità dell’individuo. Le ragioni intime della narrativa di Steinbeck sono le ragioni del cuore, ma la sua musa non “entra” nei personaggi. Li osserva e li descrive, sia pure mirabilmente, ma ne resta fuori. Il motore dell’azione non è tanto la coscienza e la volontà del singolo eroe quanto una forza irresistibile, che è comune a tutti e che è più profonda e oscura della libido teorizzata dal dottor Freud. Questa forza irresistibile è una risorsa della specie che si manifesta come istinto collettivo e che nei momenti difficili guida il gruppo, la famiglia, la comunità – in termini mitici, “la tribù”– verso la salvezza. Allo stesso tempo è la risorsa che permette all’individuo di potersi affermare.

Rimane il mito della frontiera, del west e del sogno americano a cui si sovrappone quello di un istinto collettivo, forse mistico e allo stesso tempo umano a cui affidarsi per tenere insieme l’umanità

Il romanzo termina infatti con una immagine di coraggio e solidarietà di una donna, che dopo essere abbandonata dal marito, partorisce un bimbo morto, ma appena dopo il parto allatta un pover’uomo sfinito dalla fame.

Ecco Steinbeck e Ambrogio sono consapevoli, senza perdere la speranza di cambiamento, di come rimanga radicata  l’idea o il progetto idelogico veicolato dalla cultura del “business” e nascosto nella parola “meritocrazia”, che in fondo descrive la povertà come il prodotto di una colpa legittimata dal punto di vista etico. Dove i poveri, i deboli, i malati vengono considerati frutto dei loro demeriti, colpevoli in primis di non avere talento. Condanna, poi, che ultimamente sembra venga estesa anche a chi di loro si occupa.

La denuncia di Sant’Ambrogio, così come quella di Steinbeck rimangono più che mai attuali in questo Primo maggio festa del lavoro e dei lavoratori

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