Sette vizi per sette scrittori – Luca Martini e l’avarizia

Photo by Roberto Di Veglia

Purciari.
A Roma li chiamano così quelli con le braccine corte, i parsimoniosi, quelli che fanno fatica ad aprire il portafoglio e quando comprano qualcosa è sempre la meno cara sulla piazza. Quelli che prima di avventurarsi in una spesa fanno una ricerca di mercato che manco un sondaggio Doxa, con tanto di cartelli di Renato Mannheimer, li frega.
Ecco, io sono cosi.
Mi dipingono come se fossi tirchio, ma non è vero; sono solo una personcina attenta, cresciuta in periferia, in una famiglia dove l’accortezza nell’acquistare era considerata una necessità e quindi una virtù, più che un vizio.
Ennio Flaiano diceva che “L’avarizia è la forma più sensuale di castità”.
A Roma abbiamo quello che viene considerato il rappresentante più grande di questa forma di castità: Alberto Sordi (l’Albertone nazionale). E dico abbiamo perché i suoi film lo hanno reso immortale.
Sordi ha saputo giocare con la leggenda metropolitana della sua avarizia interpretando proprio l’avaro di Molière. Quando all’apice del successo, ai tempi della “dolce vita”, gli altri divi si davano alla pazza gioia tra night e ristoranti alla moda, lui non partecipava, piuttosto pensava a studiare il copione del prossimo film. In quel periodo è stato capace di realizzare anche 11 film in un anno.
Non ha mai amato né la mondanità né il gossip. Sua è la famosa risposta: “E che, me metto un’estranea dentro casa?” a chi gli chiedeva perché non si era mai sposato.
Ho sentito dire che a Bologna per indicare il “tirchio” si utilizza invece la parola plumone, chissà se Luca Martini potrà chiarirci questo dubbio, perché di avarizia abbiamo voluto parlare con Luca a cui Tiziana ha sottoposto le nostre classiche sette domande.

Luca Martini (1971), bolognese, è presente in numerose antologie e riviste letterarie, ed è autore di circa trecento poesie, monologhi teatrali, una settantina di racconti, romanzi e favole illustrate. Nel 2008 ha vinto il premio Arturo Loria per il miglior racconto inedito. Un suo racconto, tramite il progetto “Sorprese Letterarie”, promosso dalla scuola Holden di Torino, è finito tra le sorprese di migliaia di uova di Pasqua.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: il romanzo “Il tuo cuore è una scopa” (Tombolini Editore, 2014), le raccolte di racconti “L’amore non c’entra” (La Gru, 2015) e “Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili” (Pequod, 2018), la raccolta collettiva di memorie “Il nostro due agosto (nero)”(Tombolini Editore, 2015) e il libro per bambini “Il coccodrillo che voleva essere drago” (D Editore, 2017). Insieme a Gianluca Morozzi ha curato, tra le altre, le antologie di racconti “Più veloce della luce” (Pendragon, 2017) e “Vinyl – storie di dischi che cambiano la vita” (Morellini, 2017). Insieme a Barbara Panetta ha curato l’antologia “On the radio – storie di radio, dj e rock’n’roll” (Morellini, 2018). Il suo ultimo romanzo è “Mio padre era comunista” (Morellini, 2019) presentato direttamente dall’autore al seguente link: https://youtu.be/NJD398113XA

  • Che rapporto hai con l’avarizia?

Ava… cosa? Scherzi a parte, per fortuna non la conosco, ma se per caso la incontrassi sarebbero rapporti molto protetti per non rischiare di infettarmi.

  • Come ti comporti con l’editing nei tuoi scritti, riesci con tranquillità a separarti dalle cose che hai scritto oppure in certo senso sei “avaro” nel tagliare o cambiare dei pezzi?

Sono un Carveriano convinto, faccio della revisione una sorta di religione. Credo che andare a togliere sia l’arma migliore per rendere tutto più ricco.

  •  Com’è il tuo rapporto con il denaro, influisce il fatto che la scrittura è anche un mezzo per fare soldi?

Ah ah ah. Se scrivessi per il denaro avrei lasciato perdere da decenni.

  • Quali sono gli scrittori che secondo te sono stati poco considerati dal pubblico, che quindi è stato avaro di riconoscimenti verso la loro scrittura?

Questa è una domanda delicata. Ce ne sono parecchi che non hanno avuto quella gloria imperitura che avrebbero meritato. Posso parlare con un po’ di cognizione solo per l’Italia, perchè sull’estero non ho una conoscenza così approfondita di autori considerati “minori”. Così a freddo me ne vengono in mente due: Giuseppe Berto, secondo me uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi (il male oscuro è un vero capolavoro) troppo in fretta dimenticato, e Daniele Benati, uno scrittore di Reggio Emilia che scrive divinamente e che meriterebbe ben altri splendori.

  • Quale libro, se ce n’è uno, in cui è stato affrontato il tema dell’avarizia che ti ha convinto o deluso?

Mi vengono in mente “L’avaro” di Moliere e il “Racconto di Natale” di Dickens, entrambi veri capolavori. E anche un bel saggio di Stefano Zamagni, già mio professore all’università di Bologna, uscito qualche tempo fa per il Mulino dal titolo “Avarizia. La passione dell’avere”. Un libro illuminante.

  • Pensi che possa essere considerato ancora un vizio, un peccato capitale, quelli che
    Aristotele definì gli “abiti del male”?

Al giorno d’oggi direi di no, almeno per la morale comune. Per me rimane un grande spreco, una vera occasione perduta, perché quando il denaro diventa il fine e non rimane il mezzo ti passano tantissimi treni davanti, che rischi di non prendere per non pagare il biglietto.

  • Quali sono secondo te oggi i peccati capitali, i mali che affliggono la nostra società, se ci sono?

Ce ne sono troppi per elencarli. Però due mi sembrano più fastidiosi di altri: la furbizia, in senso negativo, e la maleducazione, che è ormai diventata imperante, e ricade su altre potenziali qualità che si trasformano automaticamente in vizi.

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